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Vertibile, il personaggio

Da una conversazione con il pittore [di Cristina Vercellone]

Affrontiamo subito uno dei punti più evidenti della tua pittura: i paesaggi. Se ne vedono pochi tra la tua produzione.
Ho fatto pochi paesaggi perchè mi sento senza patria. Mia mamma è morta quando io avevo solo tre anni. Sono stato destinato al Collegio di Assisi. Quando avevo otto anni mio padre si è risposato ed è venuto ad abitare a Lodi. Nel frattempo il convitto è stato occupato dai tedeschi e gli studenti mandati ognuno alle proprie case, fino alla fine della guerra. Così nel '42, mi sono trasferito a Lodi con papà. I paesaggi lodigiani mi piacevano, ma adesso anche l'Adda e l'ambiente circostante sono così deturpati che li guardo con tristezza. All'Adda ho trascorso la mia giovinezza, ma non mi va di copiarla in modo pedestre. Non mi piace dipingere sui posti con la gente alle spalle che ti disturba e ti fa perdere la concentrazione. Preferisco lavorare nello studio. Poi, capita anche a me di portare il cavalletto in mezzo ai boschi, come ho fatto a Levanto o a Bonassola, per esempio. 

A che eta hai iniziato a dipingere?
Prestissimo. Quando sono uscito dal collegio ho iniziato a "pasticciare", il disegno è sempre state dentro di me. Poter unire il colore al disegno è stato il massimo della felicità. Proprio in questi giorni ho scoperto che il quadro più vecchio che ho conservato risale al '47. Lo esponevo sempre alle mostre, ma non mi ricordavo la data. L'ho vista togliendo la cornice. Nel '47 avevo quattordici anni. Ho dipinto fino al '53, poi ho smesso per il tipo di lavoro che facevo. Stare in cantiere è un po’ come fare il poeta, comporre versi senza parole. Sono stato 30 anni senza dipingere, poi ho ripreso nel'84, quando si e sposata mia figlia. Era come se dovessi ricucire qualcosa che si era spezzato. 

Qual è stato il motivo che ti ha fatto scegliere la pittura?
Amando il disegno è stata una svolta naturale. Anche mia mamma dipingeva. Io, infatti ho iniziato a dipingere con i colori ad olio che ho trovato tra le sue cose.

Sei geometra e pittore. Non hai pensato di abbandonare il lavoro per dedicarti alla pittura?
Lavoravo per mantenere il pittore, l’arte non mi avrebbe mai dato da vivere. Non sono un commerciante. E poi, ad essere sincero, il lavoro di geometra mi ha dato molta soddisfazione perchè era creativo. La pittura è una cosa naturale, insita dentro di me, e come se fossi obbligato a dipingere. E' l'unico modo che mi consente di avere dei contatti umani. A dire la verità, quando dipingi credi di essere libero ma senza volerlo ti trovi ugualmente incatenato.

Parliamo dei tuoi punti di riferimento.
C’è da imparare da tutti. Io imparo soprattutto attraverso i miei lavori. Ogni quadro chiede di essere rinnovato, ti dà dei suggerimenti, ti provoca, ti parla. Ci sono dei momenti nei quali osservi una tua opera e non sai più chi l'ha fatta. Sembra sia realizzata da qualcuno che ti porta per mano. Penso che mia mamma mi aiuti in questo. 

Quali sono i tuoi veri e propri maestri?
Apprezzo molto Morandi, ma penso di avere una sensibilità completamente diversa dalla sua. Io, ad esempio, ho bisogno del colore. Mi esaltano soprattutto i colori delle opere di altri pittori. Di fronte a un quadro, soprattutto di arte astratta, mi commuovo fino a piangere e mi vergogno anche un po'. Mi ricordo di un lavoro di Le Corbusier: tre masse di colore. Mi sono messo a piangere come un bambino, era di una semplicità estrema, ma c'era dentro tutto. Piango, evidentemente, non per l'invidia, ma per il piacere che provo.

E tra i pittori lodigiani? 
Non ho potuto frequentare l'Accademia di Brera, così sono autodidatta, ma qui nel territorio ho avuto maestri bravi come Gianni Vigorelli e Maiocchi. Ho passato pomeriggi interi nello studio di Maiocchi, a palazzo Pitoletti. Potevo guardare, ma non parlare. Lui era mio insegnante al Bassi. Ricordo che un anno, nelle vacanze di Natale, dovevamo andare con la classe a Madonna di Campiglio e Maiocchi mi aveva detto di portare con me la cassetta dei colori. Così mentre gli altri sciavano noi ci eravamo messi a dipingere. Faceva un freddo cane e i colori si indurivano. Il mio quadro, alla fine era bruttissimo, ma l'emozione che avevo provato era stata forte. In quel periodo avevo dipinto anche piazza Michelangelo a Firenze e la porta San Sebastiano, a Roma. Tra i lodigiani c'e anche Gaetano Bonelli. L'avevo conosciuto da ragazzino, ma l'ho frequentato negli ultimi anni. Roncoroni, poi, per me, era lo scultore del ferro. Ho sempre pensato di passare alla scultura ma non l'ho mai fatto. Iniziare adesso è troppo tardi. Sono pigro. 

Il tuo verde è diventato ormai, per i critici e gli altri pittori "il Verde Vertibile". 
Quella del verde è una scelta naturale, non razionale. Non dipingo i paesaggi, così i paesaggi entrano attraverso i verdi. A volte non riesco a far diventare i colori vivaci come vorrei. Sono estasiato dal colore puro e mi piace vederlo uscire dal tubetto. Mi ricordo che quando andavo a scuola, nelle vacanze estive, iniziavo a dipingere. Mischiare i colori mi sembrava di alterare la "verità". Per me i dipinti dovrebbero essere estremamente semplificati. Il mio lavoro sta nel ridurre.

Quando eri più giovane usavi colori più scuri.
E' vero, sembra un paradosso. Ma mi ispiravo all'Ottocento e all'Impressionismo. I pittori della mia generazione sono nati tutti ispirandosi a quel periodo, poi ognuno ha preso la sua strada. 

La morte di tua madre ha inciso sulla tua pittura? 
Quando si parla di mia mamma devo sempre chiedermi di chi si sta parlando. La morte della mia prima mamma ha inciso senz'altro sul mio carattere: cupo, chiuso, ermetico. Quando è morta la mia seconda mamma avevo ventiquattro anni. Ho buttato tutto all'aria di nuovo. 

Come sei arrivato ai collage?
Ho sempre pensato ai collage, ma non ero pronto. Io dipingo per il piacere di dipingere, è come una malattia. "Eterno amore" è nato così per caso, per esempio, dipingendolo sopra a un altro quadro. E' una cosa che faccio spesso, perchè l'opera sottostante mi dà sensazioni ulteriori. E poi il pennello scorre più velocemente.

La maschera è un elemento ricorrente nei tuoi quadri.
E' vero le maschere mi interessano molto. Il carnevale mi fa sentire a disagio, ma le maschere no perchè vivono di vita propria. 

Qual è l'opera che consideri più importante? 
L'ho intitolata "Attirerò a me" e rappresenta il Cristo.

Cos'è l'arte per te? 
E' ciò che produce grandi emozioni. A volte ritornano e restano. Se restano vuole dire che il quadro e ben riuscito. Io vivo di emozioni. La mia malattia cardiovascolare, per esempio, è prodotta esclusivamente da una sensibilità eccessiva. 

Cosa rappresentano per te i nudi?
Ci vogliono delle modelle intelligenti per fare dei buoni quadri. Io parlo con le modelle e mentre parlo si producono emozioni. Se non ho una buona modella allora piuttosto preferisco far parlare una natura morta. Le mie nature morte, infatti, sono in movimento.

Come sei arrivato alle nature morte?
Partendo dalla mia passione per gli oggetti, soprattutto per le ceramiche. Io ho una collezione di ceramiche del Gambone. Avevo iniziato già da ragazzo a fare nature morte con quello che trovavo in casa: fiaschetti e vasetti vari. Poi quando mi sono messo di nuovo a dipingere ho riscoperto queste ceramiche: è come se le rimpastassi ogni volta, anche con colori diversi. Ho fatto un quadro, che ho intitolato "Ceramiche nude". Lì trovo che le maioliche si abbracciano. Le forme plastiche, come i candelabri, per esempio, mi sono sempre piaciute.

E alle caffettiere? 
Quando ero ragazzo, in casa mia, c'era la caffettiera sempre pronta sul fuoco. 

Parliamo delle tecniche. 
La mia tecnica preferita è l'olio. Un po' per pigrizia non mi metto a trovarne di nuove. Il disegno mi piace molto, ma è stato il mio lavoro e così adesso preferisco usare il pennello. Ho realizzato anche dei disegni, ma non li esibisco volentieri. L'olio, invece, rappresenta immediatezza e posso stenderlo anche con la spatola. L'acrilico asciuga troppo in fretta, anche se in certi casi mi sarebbe utile. Quando penso di dipingere, in ogni caso, penso all'olio. 

La pittura, in genere, ha bisogno di essere alimentata. Da dove prendi il nutrimento?
Gli stessi miei quadri a volte mi portano a fare un altro quadro. Un quadro spesso è il proseguimento di un altro. Ho fatto diverse opere in sequenza. A volte parte da un lavoro figurativo e trovo che la sua prosecuzione è una tavola astratta. Spesso mentre faccio un quadro mi viene voglia di farne un altro, così mi capita di fare due quadri contemporaneamente. Poi vado in tilt. 

Molti trovano l'ispirazione leggendo o guardando mostre.
Si, è vero, leggo libri d'arte, ma non voglio essere influenzato. Anche per quanto riguarda le mostre, le visito per il puro piacere di visitarle. Adesso ho una gran voglia di andare a vedere la Galleria d'Arte Moderna di Roma. Da ragazzo vi andavo spesso. Mi piacerebbe anche fare un giro a Parigi, ma con i miei problemi di salute ho paura a muovermi.

Se potessi reincarnarti in un artista famoso, quale sceglieresti?
Ce ne sono molti. E' difficile dirlo. Forse Mondrian, Modigliani. Piero della Francesca o Leonardo.

Con chi ti confronti di solito? 
Con me stesso. Non per civetteria, ma nel senso che non sono mai contento. Se mi confronto con gli altri mi sento sempre inferiore.

Come costruisci i tuoi quadri? 
Quando mi viene la smania non ho molto a cui pensare. In quei momenti faccio i miei quadri migliori.

Non hai mai affrontato temi sociali o politici? 
Quasi mai, ho fatto qualche schizzo sulle fucilazioni fasciste e la situazione armena degli anni '90. 

Qual è il tuo osservatore ideale? 
Vorrei che fosse svincolato da schemi precostituiti, che si sforzasse di vedere qualcos'altro che magari non riesco a far apparire, come la spiritualità degli oggetti ritratti. Io, per esempio, vedo nelle mie nature morte dei ballerini che danzano.

Cosa vuoi dire al tuo pubblico? 
Non sono un chiacchierone. Mi chiedo piuttosto cosa voglio dire a me stesso. 

Cosa pensi dell'arte contemporanea?
Vorrei essere vissuto durante il Futurismo. E' stato un grande momento. Ora si sta perdendo la concretezza. Apprezzo tutte le espressioni artistiche. Accetto però solo alcune "esagerazioni" contemporanee, perchè mi fanno pensare, ma non tutte mi piacciono.

Conoscevi bene il critico Vincenzo Vicario. Che importanza ha avuto nella tua esperienza artistica?
E' stato veramente un amico, uno che sapeva entrare nell'animo delle persone. Io riesco a entrare, al massimo, nell'animo delle cose.

["Enzo Vertibile, monografia critica e catalogo generale a cura di Maria Emilia Moro Maisano" - Ottobre 1998]

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