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Il tempo che passa [di Beppe Cremaschi]

Il tempo che passa regala la poesia delle cose immobili e il muto linguaggio degli oggetti umili. Porta a cercare, nella contraddittoria pluralità del reale, valori stabili di costruzione plastica delle spazio e delle figure, di toni e masse cromatiche. Ma l'orologio della vita, con le lancette spinte dalle emozioni e dai ripensamenti, dall'indagare su se stessi per capire il ruolo che ci è stato assegnato nel gran teatro dell'esistenza, riporta anche all'urgenza degli affetti e delle emozioni. Corre avanti e indietro, si ricarica fermandosi: rievoca i miracoli della clessidra, che nello stesso serbatoio concentra il peso del prima e la leggerezza del dopo. Questi pensieri mi passavano per la testa mentre, in una placida notte d'estate, Enzo Vertibile mi guidava, nella bella villa di Montanaso Lombardo, nella visita alla sua ricca galleria personale. In quei quadri appesi alle pareti e datati anni Cinquanta avevo ritrovato il giovane di talento che muoveva i primi passi nell'avventura della pittura. Per me era un infittirsi di piacevoli flash back su un'infanzia spensierata volata via in un girotondo purtroppo irripetibile, in un rassicurante cortile di via Magenta, lo spaccato di una Lodi con mille anime e altrettante vocazioni. Riacciuffavo nella memoria lo sguardo familiare della signora Gina, fissato affettuosamente con pastose e rapide pennellate. Sentivo l'eco dell'ormai lontanissimo stupore che mi legava a quei giocattoli "rubati" dalla mia cassapanca-forziere per diventare motivi da rappresentare sulla tela. E rivedevo scorci di una città che guardava al Torrione dell'Isola Carolina come ad un totem che facesse da anello di congiunzione tra una superficie da calpestare e un cielo da scalare, gli azzurri e i verdi che si specchiavano nell'Adda, gli attimi fuggenti colti nelle immagini delle persone e nelle prospettive dei paesaggi, negli oggetti da interpretare secondo le buone lezioni di un figurativismo carico di raffinate suggestioni. Era quella, per Enzo Vertibile, la stagione dei primi passi da artista, dei sogni entusiasmanti e delle immediate risposte gratificanti. Quel giovane esuberante, che amava sprigionare il coraggio dei vent'anni sull'accelleratore della motocicletta ed affidare agli studi la scommessa sul futuro, riponeva nelle magie della tavolozza il bisogno di raccontare e raccontarsi, di scoprire e inventare, di affermare la propria individualità. L'età delle promesse: una parentesi chiusa dalle necessità di cui la maturità è purtroppo prodiga dispensatrice. Riaccostarsi alla pittura dopo un'astinenza di quasi un trentennio è stata per Enzo una liberazione, il riappropriarsi di una dimensione mortificata dalle contingenze però mai rinnegata. Ho tentato di capire la seconda vita di questo pittore nella vulcanica produzione degli ultimi quindici anni, dove lo sperimentare è una costante, un rigenerarsi a getto continuo. In centinaia di tele si è accumulata la tensione di chi rifiuta le gabbie delle comode classificazioni e non teme di vedere confusa con l'incostanza stilistica la sua mai soddisfatta sete di veder prendere forma e colore, nella dignità dell'opera compiuta, le idee in cui si rifugiano le impressioni. Le superfici, allora, rivelano coraggiose disponibilità a orientare l'estro creativo su questa o quella rotta. Ecco le nature morte popolate di enigmi, di anime infilate nei colli delle bottiglie, di oggetti chiamati a interpretare, su un palcoscenico allestito su rigorosi rapporti, la parte dei protagonisti di prepotente personalità. Il colore si carica nello spessore della materia e nell'invenzione degli accostamenti, domato dal pennello e dalla spatola, da contorni che spesso sono pretesti per far rimbalzare, su più piani, gli effetti di un reale che aspira a diventare vero. E' una sfida, questa, che Enzo Vertibile affronta anche nelle composizioni che, libere da ogni apparente riferimento al concreto, cercano di esaltare la propria vitalità nella distribuzione degli spazi e nella pura armonia degli accostamenti cromatici. Nè fredde geometrie nè accademici effetti coloristici, questi lavori rispondono essenzialmente al bisogno di metter ordine nel magma delle sensazioni e delle emozioni, secondo un codice che, seppur con regole differenti, conduce alle stesse conclusioni cui sono approdati altri itinerari. In un vaso gli anemoni cercano un impossibile equilibrio tra la massima fioritura e l'inevitabile putrefescenza. In tanti volti, autoritratti e nudi il segno e il colore scavano nei misteri della vita, concedendo all'artista il diritto a indagare sull'elemento reale per tirar fuori qualcosa che lo superi, che trasformi l'apparenza in categoria. Il pittore non riproduce, interpreta. Non duplica, comunica. Prova e riprova, come uno scienziato dell'anima cerca di leggere dal di dentro il mondo che lo circonda, che ama e che odia, che gli è fonte di rimpianto o di dolcezza compiaciuta, anche di rifiuto senza appello. In quella sera di placida estate ho letto così le opere di Enzo. Ho interpretato la sua prima versione giovanile e la sua seconda fase di attività in una chiave di continuità. Ho colto nell'esercizio della creatività il prezioso contributo dell'esperienza. Un artista giovane si ritrova maturo, ma con l'ansia che è tipica, al di là dei dati anagrafici e dei canoni espressivi adottati, di chi è alla ricerca di un mondo da costruire e inquadrare in una dimensione che riesca a rinnovare il gioco del trasmettere tante verità. Quelle, ad esempio, che Vertibile insegue senza sosta, aggiungendo pagina a pagina ad un romanzo "aperto" che non prevede un finale. Questo è ancora tutto da dipingere.

["Enzo Vertibile, monografia critica e catalogo generale a cura di Maria Emilia Moro Maisano" - Ottobre 1998]

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